Chi nello sport concretizza non una diversità ma la peculiarità di sé stesso trova nel tempo qualcosa che non gli piace.
Il tempo che non coincide, il tempo non risponde ai pronostici, il tempo non obbedisce ai grafici, alle previsioni, alle urla da divano.
Se in campo, in gara superi te stesso, dentro ti avvicini a chi veramente sei e realizzi che lo sport ti permette di non buttare via assolutamente nulla. Questo nel mondo in cui viviamo, che pretende il successo, i risultati immediati, le carriere fotocopia è un atto rivoluzionario.
Crescere costa, crescere è faticoso, crescere non è una linea retta, è una strada piena di deviazioni, errori, soste obbligate, scelte che dall’esterno sembrano follia e dall’interno sono sopravvivenza.
La ribellione in quella definizione di noi stessi ti urla di non cambiare perché “qualcuno dice che sarebbe meglio così”. Si cambia quando siamo pronti quando è chiaro il perché, lo scopo … quando il corpo, la testa, la vita intera decidono che è il momento.
Vincere piace a tutti, così come molti non comprendono che senza errori, senza la libertà di provare, senza la leggerezza, senza la disciplina, non costruiamo chi siamo, non miglioriamo la capacità di essere.
Lo sport è crudele proprio per questo: non tutti maturano allo stesso chilometro. Non tutti arrivano insieme, non tutti devono arrivare allo stesso modo., tanti non arrivano mai. Il giudizio dall’esterno è sempre lo stesso, anticipato, violento, definitivo, come se il tempo di chi giudica appartenesse solo a loro.
Ognuno arriva quando può e se non arriva non è detto che abbia fallito. La vera crescita non è obbedire, non è immolarsi alle aspettative degli altri. La vera crescita è ascoltarsi, capire, sbagliare, è cambiare in tempo, ma nel proprio tempo. Questo è nello sport come nella vita ed è forse la vittoria più difficile da spiegare e la più onesta da difendere.